Le village des arts, rue de l’aèroport - Dakar

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Questo spazio fu allestito dai cinesi, una decina di anni fa, quando erano a Dakar per la costruzione dello stadio.
Dopo la loro partenza fu assegnato agli artisti,  che prima lavoravano in un edificio in centro città.
Il nuovo spazio, en plein air, con una cinquantina di piccoli ateliers, una grande sala espositiva e una cafeteria sembrerebbe molto più adeguata di un edificio in città, ma gli artisti hanno vissuto il trasloco come un abbandono e si sentono isolati  e privi di possibilità di avere contatti e di farsi conoscere.

Il problema è sempre lo stesso : mancanza di interesse da parte  sia dei politici locali che degli operatori turistici stranieri e mancanza di iniziativa da parte degli artisti stessi.

Quest’ultima è l’unica responsabilità non colpevole.
 Le condizioni in cui sono nati e cresciuti e in cui continuano ad essere tenuti dai loro politici e dai “benefattori” stranieri non possono in alcun modo suscitare in questi ragazzi   sensazioni di autostima, libertà, uguaglianza o imprenditorialità.
Le responsabilità colpevoli sono  quindi quelle di chi li amministra e dei “benefattori” che li assecondano facendo solo qualche forma di elemosina che continua a farli sentire inferiori e dipendenti.

L’unico  vero aiuto che si può dare all’Africa, ripetiamolo ancora una volta, è dare ai giovani gli strumenti per svegliarsi , malgrado l’atteggiamento dei loro politici ( proprio come da noi !) e quindi : istruzione, formazione, informazione, capacità di gestire il microcredito, la piccola imprenditorialità, la libertà mentale, insomma.

Tornando al problema dell’isolamento  dei nostri artisti, bisogna purtroppo dire che è un problema che riguarda tutte le cose importanti.
Quello che io non posso perdonare agli operatori turistici bianchi e alle guide locali che li assecondano, è di portare i turisti sempre e solo nei soliti quattro posti, da decenni, dove si possono comprare le stesse solite cose,  oppure nei luoghi dell’orrore, dove vengono raccontate le mostruosità del mercato degli schiavi.
Questo , secondo  gli organizzatori sia bianchi che neri, deve servire, e serve, a  ricordare a  bianchi e neri che ci sono terribili colpe da scontare e che quindi i bianchi debbono allungare qualche spicciolo di mancia ai nipotini di quei poveri schiavi !!!!
Questa falsa beneficenza è altrettanto colpevole  delle catene che mettevano i nostri cattivi antenati. E altrettanto dannosa.  BASTA !!!!!
Con un’elemosina ai ragazzi di oggi non si riscatta la schiavitù dei loro nonni, ma si continua a farli sentire vittime, inferiori, bisognosi e dipendenti.
Siamo nel 2009 ! Facciamo un centro multiculturale e multimediale nella ex casa degli schiavi !
Portiamo i turisti a visitare le Gallerie d’arte, il Villaggio degli artisti, portiamoli ad ascoltare  dei concerti veri nei luoghi deputati, invece di far venire quattro suonatori  a bordo piscina degli alberghi, mentre ci si fa servire un drink !
Portiamoli a visitare i centri culturali , l’università  e  le iniziative delle donne per il commercio solidale.
A Gorée, portiamoli a vedere il Museo della donna.
E’ un posto bellissimo, pieno di luce ed allestito con grandissima cura . Si visita in poco tempo e ci si può fermare un momento nel giardinetto a bere un caffè e a comprare, se si vuole, i vestiti o gli oggetti fatti dalle donne , senza compenso, per poter pagare le spese necessarie a tenere in vita il museo.
La porta d’ingresso è esattamente di fronte a quella della casa degli schiavi ma nessuna guida , uscendo da una, fa entrare i turisti nell’altra.  Potrebbe sconvolgere gli stereotipi.

C’è forse stato qualche operatore turistico che abbia promosso un viaggio a Dakar durante la biennale delle arti ?  Magari con un programma e una guida ? (questa, mi rendo conto, è fantascienza !)

Le fotocopie delle escursioni restano  sempre rigorosamente le stesse, come se nessuno si fosse accorto che il mondo, nel frattempo, si è rivoltato come un calzino.

 

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